ROMA, LA FARSA DELL’EMERGENZA RIFIUTI

La recente seduta del consiglio straordinario del Comune di Roma sull’emergenza rifiuti è stata una farsa simile a quella rappresentata dai famosi pupi siciliani (marionette in stile carolingio) che, raccontano con battute comiche e buffe, alcuni problemi sociali. Il dibattito, infuocato e rumoroso, si è concluso con un nulla di fatto. Il solito teatrino delle chiacchere. I sindaci della provincia di Roma e i comitati civici hanno protestato contro la sindaca Raggi, dopo la notizia che la Citta Metropolitana, guidata da Virginia Raggi, ha trasmesso al Ministero dell’Ambiente e ai rappresentanti della Regione Lazio una mappa con sette aree “bianche” dove possono sorgere le discariche dei rifiuti. I consiglieri di opposizione hanno sfilato con sacchi neri di immondizia e con cartelli e slogan per denunciare l’incapacità e l’incompetenza della sindaca Raggi.

La sindaca Raggi, per paura di ricevere altre contestazioni, ha dichiarato che la giunta grillina non è favorevole alle discariche e ai termovalorizzatori. Ha continuato a parlare di rifiuti zero, di economia circolare, di buone performance della raccolta differenziata (quando gli obiettivi della stessa raccolta sono, in realtà, insoddisfacenti) e del blocco dell’aumento della tassa sui rifiuti.  

Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), nel 2017 la provincia di Roma ha prodotto circa 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Dove vanno i rifiuti urbani prodotti dai cittadini della provincia romana? Il 55% della raccolta avviene in modo “indifferenziato” (circa 1,3 mln t) e gli stessi rifiuti indifferenziati vengono trasferiti negli impianti di trattamento meccanico biologico quali infrastrutture in grado di: recuperare una percentuale bassa (il 3%) di materiali metallici/plastica utile per il riciclo; recuperare il 28% del combustibile (derivato dai rifiuti Ccs o Cdr) utilizzato per alimentare i termovalorizzatori; ricavare quasi il 70% del materiale residuo quali scarti e frazioni organiche stabilizzate (Fos) destinato alle discariche.

Il restante 45% della raccolta differenziata (circa 1 mln t) segue un diverso processo: 400.000 tonnellate di frazione organica (38%); 290.000 tonnellate di carta e cartone (28%) e 150.000 tonnellate di vetro (15%); le restanti tonnellate di rifiuti provengono da imballaggi, rifiuti da costruzione/demolizione, legno e ingombranti.

Per ricollegarmi alle continue e belle parole della sindaca Raggi a favore della raccolta differenziata “spinta” e del riciclo/riuso, tali processi di economia circolare riescono a chiudere la catena di gestione de rifiuti? La risposta è “no” La resa del riciclo è diversa a seconda dei materiali. Pertanto, l’attività di riciclo genera quote diverse di scarti (che vanno normalmente in discarica o in siti alternativi).

Rispetto all’emergenza rifiuti, la soluzione non è la raccolta differenziata “spinta” o le inutili politiche ambientali “grilline” a favore del riciclo/riuso dei rifiuti urbani prodotti dai cittadini della provincia romana. Il vero dramma è la carenza degli impianti per il trattamento della frazione organica e di riciclo, la mancanza di termovalorizzatori e di discariche e l’inadeguatezza degli impianti di trattamento meccanico e biologico (vedi il caso del TMB Salario e Tor di Cencia).

La classe politica romana deve assumersi la responsabilità di affrontare l’emergenza rifiuti con azioni e decisioni politiche impopolari, razionali, non ideologizzate, mettendo da parte i sondaggi e i calcoli elettorali. Insomma, i rappresentanti istituzionali del comune di Roma e della regione Lazio, devono avere il coraggio di elaborare proposte politiche con un contenuto “profondo” e di qualità, di utilizzare il linguaggio della verità al fine di eliminare il turismo dei rifiuti (verso le altre Regioni d’Italia e verso l’Europa), di proteggere la salute dei cittadini, di rispettare l’ambiente e di rilanciare l’economia locale.

I cittadini, le associazioni civiche, i comitati di quartiere, devono fidarsi delle tecnologie infrastrutturali innovative e sostenibili e non devono farsi condizionare dal fenomeno della sindrome del Nimby (“Not in My Back Yard”, non nel mio cortile), inteso come rifiuto da parte delle comunità locali verso nuove infrastrutture.

Liberiamo Roma dall’immobilismo politico e dai fenomeni locali (sopra evidenziati) che ostacolano gli investimenti pubblici e privati necessari per la corretta gestione dei rifiuti. Regaliamo al mondo una cartolina meravigliosa della nostra amata città capitolina: il suo millenario patrimonio artistico inconfondibile e invidiabile, il nostro senso civico e una comunità locale normale.

Donato Bonanni

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