LAVORO E GIOVANI: LA CENTRALITÀ DELLE COMPETENZE

La quarta rivoluzione industriale ha imposto una accelerazione dei processi di automazione derivanti dalle tecnologie digitali, determinando una crescente perdita di attività lavorative tradizionali con pesanti momentanee conseguenze sociali. In altre parole, la digital transformation sta cambiando tutto: i prodotti; i nuovi modi di fare impresa e di organizzare i processi produttivi; i consumatori; i luoghi in cui si produce e consuma; lo spostamento dagli schemi di lavoro dipendente a quello autonomo e atipico; i mestieri e le competenze.

Siamo di fronte al fenomeno della “disruptive innovation” quale passaggio devastante più o meno lungo verso nuovi assetti tecnologici, sociali e di mercato che ricreeranno posti di lavoro più ricchi, complessi e gratificanti. In particolare, le biotecnologie, la genetica, le scienze della vita, le nuove strade dell’energia, i materiali e le nanotecnologie, aprono straordinarie opportunità di crescita e di nuove attività di lavoro e di professionalità. Ma ci sono le competenze professionali in grado di reagire al cambiamento? Purtroppo, ci sono ancora gravi skill gap sia nelle professionalità informatiche (carenza di data scientist, di security manager, di digital manager expert) sia nella capacità di utilizzo delle tecnologie digitali (scarsa alfabetizzazione digitale) da parte di coloro che operano nelle imprese e nelle istituzioni.

Il futuro dell’occupazione dipenderà sempre di più dalle competenze che dovranno essere sempre aggiornate e adeguate ai fabbisogni espressi dai nuovi mercati del lavoro. Pertanto, è necessario garantire alle persone buone politiche per l’occupabilità attraverso la formazione continua, la formazione tecnico-professionale e l’aggiornamento costante delle competenze: una vera tutela “reale” per la persona affinché la stessa possa essere sempre in grado di trovare una occupazione e per le imprese rinnovate professionalità disponibili.

I dati allarmanti sulla disoccupazione giovanile in Italia (il 32,6% – giugno 2018- Istat) e sul fenomeno dei Neet (nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, un ragazzo su 4 è inattivo ovvero non studia, non lavora e si rifiuta di cercare il lavoro) sono la conseguenza del fallimento del nostro sistema educativo maturatosi a partire dagli anni ’70. Una legislazione (di quel tempo) figlia di una cultura ideologica della sinistra che non voleva la contaminazione tra il sistema scolastico e il mondo delle imprese, che riteneva che si dovesse mantenere un sistema educativo “liceizzato” basato solo sulla conoscenza senza asservirlo alle esigenze delle imprese; che considerava gli istituti tecnici e professionali di rango inferiore. Tale situazione ha contribuito, nei decenni, alla perdita della competitività del nostro sistema produttivo e alla svalutazione del lavoro manuale e tecnico, mentre gli altri Paesi europei (in primis la Germania) hanno investito molto nella formazione tecnico-professionale attraverso gli Istituti Tecnici Superiori e i risultati macroeconomici (posti di lavoro, produttività, salari) sono evidenti agli occhi di tutti.

Il tema delle competenze è cruciale in un contesto come quello italiano, dove esiste un mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Secondo un rapporto del Centro Studi Confindustria, molte aziende specializzate in settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’ICT hanno bisogno di oltre 200.000 lavoratori tecnici da impiegare entro il 2021. Per rispondere a tale stima, è necessario investire molto nella filiera formativa professionalizzante soprattutto con riferimento agli Istituti Tecnici Superiori che formano figure tecniche in meccatronica, in mobilità sostenibile, in efficienza energetica, nelle nuove Tecnologie della vita e nelle Tecnologie per il Made in Italy. Tali Istituti funzionano con il coinvolgimento di imprese, enti pubblici, centri di ricerca e associazioni di categoria e sono finanziati con i fondi pubblici e quelli privati. Attualmente, ci sono solamente 11.000 studenti iscritti nei 95 ITS distribuiti a livello nazionale, mentre in Germania la formazione tecnico professionale è stata valorizzata con un numero di studenti superiore a 1 milione.

In attesa di capire meglio i prossimi passi della manovra finanziaria del Governo giallo-verde, in queste settimane c’è una discussione accesa sulla utilità o meno del reddito di cittadinanza quale misura assistenzialista (molto simile a quelle di stampo chavista) finalizzata a contrastare la povertà assoluta e gli esclusi dal mondo del lavoro.

Gli ultimi dati Istat (giugno 2018) parlano di percentuali di povertà assoluta (diffuse nel Sud e nelle Isole) concentrate maggiormente nelle fasce più giovani: per gli under 35 i valori sono più che doppi rispetto agli over 65. Tali dati dimostrano che il reddito di cittadinanza non sia la ricetta economica giusta a spingere la crescita, a creare lavoro e a rilanciare lo sviluppo economico del Mezzogiorno e di tutto il Paese. Uno Stato responsabile e autorevole che guarda al futuro dei giovani, ha il dovere di impostare un programma economico sbilanciato verso le politiche attive del lavoro per rendere il mercato del lavoro più inclusivo. In particolare, è fondamentale investire di più nella formazione professionale e nell’alta formazione tecnica che registrano numeri di spesa ben lontani da quelli che caratterizzano altri paesi europei come la Germania.

Il vero investimento per le persone (e per i giovani) non è il reddito di cittadinanza che costerebbe inutilmente alla collettività intorno ai 9 miliardi di euro, ma la formazione e l’aggiornamento delle competenze tecnico-professionali quale leva strategica per il rilancio dell’occupazione, della produttività e della competitività del nostro sistema produttivo.

Donato Bonanni

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