AUMENTO POVERTÀ ASSOLUTA/ La speranza dei nuovi sostegni e il fallimento dell’assistenzialismo

Articolo di Natale Forlani pubblicato il 26 ottobre 2023 su “Il Sussidiario.net”.

Ieri l’Istat ha fornito i dati sulla povertà assoluta nel nostro Paese aggiornati al 2022: l’aumento dell’inflazione non ha contribuito a migliorare la situazione.

Nel 2022 aumenta in numero delle famiglie e delle persone in condizioni di povertà assoluta. La mappa è stata fornita ieri dall’Istat, con l’ausilio di criteri di rilevazione aggiornati, che offre una stima aggiornata delle famiglie povere (2,18 milioni, l’8,7% del totale rispetto al 7,7% del 2021) e delle persone coinvolte (5,674 milioni, il 9,7% rispetto al 9,1% nel 2021). L’incidenza della povertà relativa rimane stabile rispetto all’anno precedente, circa 2,8 milioni di famiglie (10,9%).

Le cause del peggioramento vengono individuate nella forte accelerazione dell’inflazione registrata nel corso del 2022 che ha comportato una riduzione della spesa per consumi del 2,5% per le famiglie con bassi redditi, nonostante gli interventi di sostegno al reddito adottati dalle Autorità che hanno consentito di attutire di sette decimi l’impatto dell’aumento dei prezzi.

L’aumento delle famiglie in condizioni di povertà assoluta risulta uniforme su tutto il territorio nazionale, con una particolare incidenza nel Mezzogiorno (10,7%, +0,6% rispetto al 2021). Il 42,9% delle famiglie povere risiede nelle regioni del Nord, il 41,4% in quelle del Mezzogiorno, il 15,7% nel Centro Italia.

L’incidenza della povertà risulta più intensa: per i nuclei che hanno minori a carico (11,8% che sale al 21% per quelli con tre o più figli); per gli adulti di riferimento in possesso della licenza media (12,5%), con mansioni operaie (14,7%) o in cerca di occupazione (2,.4%). Sono 720 mila le famiglie povere che si fanno carico di 1,270 milioni di minori. Molto elevata è la quota delle famiglie in affitto, il 45% del totale di quelle povere e il 21% di quelle in locazione in Italia, rispetto al 4,3% che vivono nella propria abitazione.

Un capitolo specifico dell’indagine Istat viene dedicato alle condizioni degli stranieri residenti in Italia in condizioni di povertà assoluta: 1,7 milioni di persone, il 34% del totale di quelle residenti, appartenenti a 661 nuclei familiari. Una incidenza superiore di 4 volte a quella delle persone e famiglie italiane (6,4%). Le 322 mila famiglie straniere con minori a carico presentano indicatori di disagio di gran lunga superiori alla media.

L’analisi offerta dall’Istat pone seri interrogativi sul funzionamento delle politiche del welfare e del lavoro finalizzate a prevenire la povertà che negli anni recenti, segnati dalle vicende della pandemia Covid e dalla ripresa dell’inflazione, hanno mobilitato l’erogazione di centinaia di miliardi di euro nella direzione dei sostegni all’economia e delle famiglie. Buona parte dei quali erogati utilizzando in modo selettivo i requisiti dei redditi Isee fino ai 15 mila euro annui, o immediatamente superiori, per veicolare in modo selettivo i sostegni statali. Secondo l’Istat, i bonus sociali per l’energia e per il gas avrebbero consentito di ridurre di sette decimi l’impatto della crescita dei prezzi sui consumi delle famiglie povere.

Il confronto tra i numeri delle persone povere descritti nelle indagini dell’Istat e i beneficiari effettivi del Reddito di cittadinanza/Pensione di cittadinanza consente di fare una valutazione sull’efficacia delle politiche adottate per contrastare il fenomeno.

Il Rdc era stato proposto all’origine dal M5S come uno strumento finalizzato a offrire un sostegno alle persone non occupate e prive di reddito e successivamente riadattato per la funzione di contrastare la povertà, sostituendo il precedente Reddito di inclusione, per l’onerosità dell’intervento. Tuttavia il tentativo di far quadrare i conti con l’obiettivo promesso nel corso della campagna elettorale ha comportato l’adozione di meccanismi di selezione dei beneficiari del Rdc che hanno penalizzato le famiglie numerose e i cittadini di origine straniera (almeno 10 anni di residenza in Italia). I requisiti di reddito Isee uniformi per tutto il territorio nazionale, che non tengono conto dei differenziali territoriali dei costi della vita utilizzati dall’Istat per quantificare il numero delle persone povere, hanno di fatto impedito l’accesso ai benefici per una quota significativa dei nuclei familiari residenti nelle regioni del Nord Italia e nelle aree metropolitane. Le conseguenze sono del tutto evidenti se si confrontano le platee stimate dall’Istat con quelle dei percettori del Rdc monitorati dall’Osservatorio dell’Inps, per via della mancata partecipazione ai benefici di un numero consistente di famiglie numerose, di minori poveri e di stranieri, ovvero per l’integrazione al reddito ridotta per queste tipologie di percettori.

Sul versante opposto, quello della partecipazione indebita di una quota di beneficiari del Rdc, hanno pesato le sotto dichiarazioni dei redditi Isee legate alle prestazioni sommerse e alla palese improvvisazione del provvedimento nei primi anni di gestazione, per l’assenza di banche dati integrate tra amministrazioni, che potevano consentire all’Inps una verifica più efficace delle domande inoltrate.

Una lettura dell’impatto del Rdc sulla povertà assoluta nei 4 anni di gestazione consente di suddividere in tre fasi l’evoluzione dell’intervento.

La prima caratterizzata dalla carenza di strutture e servizi in grado di offrire risposte realistiche ed efficaci alla complessità dei bisogni, comprese le misure di politica attiva finalizzate all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale. La seconda segnata dalle conseguenze della pandemia Covid che ha consentito di utilizzare lo strumento, potenziato provvisoriamente con il Reddito di emergenza e un ampliamento dei requisiti Isee, per veicolare i sostegni statali verso la fascia delle famiglie meno abbienti. La terza che coincide con la ripresa dell’economia e dell’occupazione su livelli superiori a quelli antecedenti alla crisi sanitaria e la progressiva riduzione delle domande e del numero dei percettori del Rdc.

L’aggiornamento dei dati Istat consente di fare alcune riflessioni ulteriori sulla efficacia delle politiche finalizzate a contrastare il fenomeno. Il mancato adeguamento delle integrazioni del Rdc e più in generale dei redditi da lavoro dipendente rispetto ai ritmi dell’inflazione hanno svolto un ruolo importante nell’aumento di questi numeri. Alcuni provvedimenti strutturali, in particolare il decollo dell’Assegno Unico Universale per il sostegno dei minori, potenziati con la Legge di bilancio 2023, hanno avuto un effetto parziale nel corso del 2022. Alcune novità introdotte con la riforma del Rdc, in particolare il dimezzamento dei requisiti di residenza per gli stranieri, il ripristino della integrazione per i minori a carico e l’esclusione degli importi dell’Assegno Unico Universale nel calcolo del reddito Isee, entreranno in vigore dal 1 gennaio 2024. L’effetto dei nuovi interventi dovrà essere valutato attentamente nei prossimi mesi.

Resta il fatto che, nonostante il vertiginoso aumento della spesa assistenziale pubblica negli ultimi 15 anni, la qualità del nostro mercato del lavoro e delle prestazioni sociali rimangono lontane dal soddisfare i fabbisogni.

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