Roma resta sommersa dalla solita monnezza

Articolo di Donato Bonanni – Presidente di Ripensiamo Roma – pubblicato il 13 gennaio 2021 su “La Ragione – le Ali alla libertà”

Una schifezza non isolata, ma diffusa al Centro-Sud

Il recente Rapporto sui rifiuti urbani 2021 curato da Ispra evidenzia il continuo disastro di Roma nella gestione del ciclo dei rifiuti: la scarsa quantità e qualità nella raccolta differenziata (la cui percentuale si è fermata al 43,8% e a quasi 20 punti di scarto da Milano) e la mancanza di investimenti nelle tecnologie comportano sia l’aumento delle discariche abusive e della sporcizia nelle strade, sia i persistenti e costosi viaggi di tir carichi di rifiuti verso gli altri impianti di trattamento e smaltimento situati nel resto del Lazio, nelle altre regioni e in Europa.

Il sindaco Roberto Gualtieri prova a far dimenticare ai suoi concittadini la precedente gestione “grillina” dei rifiuti ma la musica non cambia (ancora): il piano di pulizia straordinaria da 40 milioni di euro lanciato nei mesi scorsi è stato un flop al punto che lo stesso sindaco ha ammesso che la missione “decoro” è impossibile raggiungerla in tempi brevi. Ma la giunta capitolina ha un’altra bella gatta da pelare: il rischio di non arrivare alla presentazione di progetti esecutivi di nuovi centri di raccolta, di (altri) impianti di valorizzazione dei rifiuti organici come quelli autorizzati nel territorio (ma osteggiati da associazioni e da buona parte della classe politica locale di destra e sinistra) e di tecnologie innovative per il recupero di plastiche e carta in risposta al Piano nazionale di ripresa e resilienza, che stanzia a livello nazionale una somma pari a 2 miliardi di euro per la componente “economia circolare e gestione dei rifiuti” contenuta nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica”.

È bene ricordare che il Pnrr non concede soldi per i progetti relativi agli investimenti in impianti di trattamento meccanico biologico e di termovalorizzazione. Una scelta politica sbagliata che non tiene in considerazione il principio del recupero energetico (previsto nella legislazione ambientale) attivato dai termovalorizzatori quali tecnologie innovative e sostenibili in grado di garantire benefici (anche economici) per le comunità locali interessate. In sostanza, il nostro Governo pretende che i rifiuti indifferenziati debbano scomparire con la bacchetta magica e non essere valorizzati per trasformarli in energia elettrica e calore.

Anche a Roma le istituzioni locali e gli pseudo-ambientalisti sono dello stesso parere e sostengono che non ci sia una relazione stretta tra l’aumento di percentuale della raccolta differenziata e la presenza di termovalorizzatori. Falso. Nelle regioni del centro-nord Italia e nelle capitali europee queste tecnologie vanno a gonfie vele come le stesse percentuali di raccolta differenziata. Cosa fare? La Regione Lazio non può accontentarsi dell’unico termovalorizzatore situato a San Vittore del Lazio ma deve rivedere l’attuale pianificazione in materia di gestione dei rifiuti tornando a quella precedente che contemplava quattro impianti di termovalorizzazione (confermati dal decreto “Sblocca impianti” del 2016) da realizzare anche nella città capitolina.

La crisi della gestione dei rifiuti a Roma e nel centro-sud Italia non è un caso isolato: la questione “infrastrutturale” e quella energetica presentano le stesse storture. Mentre gli altri Paesi europei si innovano, investono nelle infrastrutture materiali e immateriali, esplorano ed estraggono gas nel proprio sottosuolo, valorizzano e recuperano energeticamente i rifiuti, dalle nostre parti il populismo ambientalista in nome della decrescita felice e la sindrome del Nimby (non nel mio cortile) e soprattutto Nimto (non nel mio mandato elettorale) rappresentano i principali ostacoli al raggiungimento degli obiettivi della crescita economica e sociale del Paese e della competitività del tessuto produttivo, dell’ammodernamento e realizzazione delle infrastrutture sostenibili tra strade, ferrovie, porti e aeroporti, e della “giusta” transizione ecologica. Non dimentichiamo, però, che finora sono mancate anche una pianificazione strategica, una semplificazione normativa e burocratica, una modalità di comunicazione e la gestione del consenso.

Il Pnrr potrà (in parte) risolvere tali criticità attraverso le relative riforme abilitanti, consentendo di abbattere le barriere agli investimenti pubblici e privati.

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