Smart working speciale prorogato: chi si accaparra il lavoro agile?

Articolo di Riccardo Fratini – avvocato in Roma ed Esperto Mise addetto ai tavoli di crisi

La proroga del regime semplificato dello smart working fino al 30 giugno 2022, definita a tratti inspiegabile dato che il ritorno alle modalità ordinarie era stato dato per certo dopo il 31 marzo, in realtà non dovrebbe stupire affatto.

Gli accordi individuali, infatti, dovrebbero per ora basarsi su criteri e procedure scelti unilateralmente dall’azienda o al massimo in forza di accordi sindacali, mentre la legge non detta nessun criterio per guidare le imprese su a chi concedere e a chi no questa tanto agognata modalità.

Infatti la battaglia imperversa tra i lavoratori, che vogliono tutti partecipare all’innovativa modalità di prestazione che consente loro di evitare il traffico mattutino e di pensare a lavorare senza occuparsi della logistica.

La domanda: a chi tocca prima?

Nei lavori parlamentari, infatti, si vuole provare a guidare il processo di scelta, stabilendo per legge criteri, con l’obiettivo di cambiare l’attuale disciplina dello Smart working contenuta nella legge n. 81/2017.

Innanzi tutto, si parla di responsabilizzare le associazioni sindacali, rendendo obbligatorio provvedere nella sede dell’accordo sindacale (nazionale, aziendale o territoriale) una disciplina che regoli alcuni aspetti del contratto come le agevolazioni da riservare ad alcune categorie di lavoratori (genitori, caregiver e lavoratori fragili).

Chi regola il contratto di lavoro agile?

Una volta previsto l’obbligo di raggiungere un accordo sindacale sul punto, chiaramente sarà la sede collettiva a dettare la maggior parte delle condizioni per l’esercizio del lavoro agile, prevedendo normativa di dettaglio sui principali aspetti di flessibilità: orario di lavoro, dispositivi, disconnessione.

Resterà poi la previsione di un accordo individuale, che però a quel punto non sarà altro che un breve accordo di rinvio in cui saranno riassunti i termini e le condizioni per la modalità agile che saranno già pattuiti in sede sindacale.

Previsioni penali

La preoccupazione resta quella che il lavoro agile diventi un lavoro senza confini, iper controllato e super-invasivo della vita personale del lavoratore.

Si paventa così la possibile integrazione del reato di cui all’art. 615 bis c.p. che punisce con la reclusione da sei mesi a quattro anni le interferenze illecite nella vita privata.

Agevolazioni

Per i datori che ricorrono allo smart working sono state proposte delle agevolazioni, che consistono:

  • nella riduzione, nella misura dell’1% dei premi Inail;
  • in crediti di imposta in relazione all’acquisto di strumenti informatici che rappresentano la dotazione dei lavoratori agili.

Il cambiamento irreversibile

Ciò testimonia che avevano ragione quelle migliaia di articoli di valenti e visionari autori che intravedevano nel repentino passaggio allo smart working reso obbligatorio dalla pandemia il segnale di un cambiamento che difficilmente sarebbe stato reversibile nel modo di lavorare.

Occorre però anche ammettere che è vero un po’ anche il contrario e cioè che, diversamente da quanto molti hanno vaticinato qualche tempo fa, la maggior parte delle imprese sembra aver ripreso l’atteggiamento cauto nei confronti del lavoro agile che si aveva prima della pandemia e questo vale sia per il settore pubblico che per il settore privato.

La PA e il lavoro agile

In particolare, nelle pubbliche amministrazioni, il passo indietro è sembrato deciso e repentino nei mesi passati.

Non poteva essere diversamente dopo che qualcuno aveva persino paventato l’incostituzionalità di uno smart working troppo in odore di inefficienza e che con una battuta qualcuno aveva soprannominato “non-working”.

In ogni caso, non si può negare che qualche cambiamento ci sia stato, visto che stando ai dati Istat pubblicati lo scorso 15 dicembre 2021 nel primo anno della pandemia, solo il 3,6% delle istituzioni pubbliche era già precedentemente attrezzato con strutture e iniziative di lavoro agile, mentre dopo l’emergenza si va da un minimo del 73,4% di utilizzo da parte delle istituzioni pubbliche del Sud a un massimo dell’80,9% nel Centro.

Lo smart working nel settore privato

All’inizio di dicembre, Confindustria e sindacati salutavano con giubilo l’avvento del Protocollo Nazionale sul Lavoro in modalità Agile per il settore privato, ma stando al Rapporto Annuale 2021 dell’Istat – già nel 2020 si era rilevato un vero e proprio picco di lavoro in remoto solo nel secondo trimestre 2020 (4,5 milioni di lavoratori), mentre la media dell’anno è stata solo del 14%, ovvero poco più di 3 milioni di lavoratori, il che dimostra che tanti erano tornati in presenza già nella seconda metà del primo anno di pandemia.

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