FORMAZIONE E DIGITALE: L’ITALIA È LA 20-ESIMA IN EUROPA PER DIGITALIZZAZIONE (DESI).

Articolo di Silvano Mattioli 

La commissione europea monitora con attenzione l’evolversi della digitalizzazione nei paesi dell’unione.

Per farlo utilizza un indice il DESI (Indice di Digitalizzazione dell’Economia e della Società) che è un parametro che varia tra 0 e 100 e viene calcolato per tutti i paesi dell’UE.

Le componenti principali di questo indice sono 4:

  1. La componente umana (Formazione base e avanzata sul digitale)
  2. La connettività (Disponibilità di fibra ottica e 5G)
  3. L’integrazione tra i servizi digitali (fatturazione digitale, B2B, B2C, I.A, Social Media, BigData)
  4. Servizi digitali della Pubblica Amministrazione.

(Fonte: Rapporto DESI 2021)

L’Italia è la 20-esima nazione a livello europeo, davanti solo a Cipro, Slovacchia, Ungheria, Polonia, Bulgaria e Romania): siamo sostanzialmente ad un passo dal terzo mondo.

Dei 4 comparti sopra menzionati, quello in cui abbiamo un maggior deficit, è quello delle “competenze umane”.

I tecnici e le competenze medio-alte sono praticamente assenti in Italia e questo accade per 2 motivi.

Da un lato l’Italia snobba la formazione tecnica rispetto ai licei, considerandola “molto a torto” formazione di serie B.

Dall’altro i tecnici ed i laureati italiani sono attratti dalle retribuzioni migliori che possono avere all’estero.

Il mix dei due fattori è esplosivo e non permette la nascita di numerose startup innovative sul suolo italiano.

Avremo bisogno, ad esempio, di centinaia di migliaia di tecnici nei prossimi anni, di un corso di dottorato per l’Intelligenza Artificiale (I.A.), di programmi per trattenere i cervelli e applicare le nuove tecnologie all’esperienza italiana, di favorire e finanziare startup nelle TLC, ma manca però il contesto.

Settori come l’Intelligenza Artificiale (I.A.) praticamente sono continua preda delle aziende straniere che fanno scouting sui laureati italiani allettandoli con stipendi alti e prospettive di carriera migliori.

Nel tempo il ruolo del tecnico, e quello dell’ingegnere è stato molto “democratizzato”, pensando che non servisse una professionalizzazione e che tutti potessero aspirare alla professione.

Purtroppo i tecnici bravi, quando ci sono, vanno coltivati e va investito sulla loro formazione e questo con cifre che sono tutt’altro che piccole.

Nel mondo si parla di “Ricerca e Sviluppo” e non solo di ricerca, nella quale peraltro siamo carenti per i motivi di cui sopra.

Se guardiamo con attenzione nello “sviluppo” di nuove imprese, con la pressione fiscale attuale, siamo anche peggio.

Questa mancanza di capacità di innovazione impatta direttamente sul peggior indice italiano che è quello della “Produttività” (rapporto PIL/Ore lavorate).

Nei paesi sviluppati la “Produttività” che non cresce grazie allo schiavismo sui lavoratori aumentando le ore lavorate a parità di salario, ma cresce facendo investimenti nell’efficientamento.

Ecco negli investimenti, soprattutto provenienti dall’estero siamo molto carenti (soprattutto sugli investimenti dall’estero in Italia).

Nel grafico che segue si vede come le multinazionali e le aziende sono sostanzialmente in fuga dall’Italia, portandosi dietro oltre che i soldi i cervelli nostrani.

(Fonte: https://www.wallstreetitalia.com/italia-fanalino-di-coda-nellue-per-investimenti-esteri-multinazionali-in-fuga/)

Qualcuno avrà sentito parlare di “Industria 4.0”, bene questo termine indicava la capacità delle industrie di usare l’IT e le TLC all’interno dei propri processi produttivi, ad esempio regolando le produzioni con la domanda effettiva e limando così i costi di magazzino o utilizzando i BigData e la loro analisi per migliorare la produttività, dell’integrazione digitale della filiera produttiva.

Questi investimenti necessitano di infrastrutture digitali (in cui anche non brilliamo dopo un piccolo recupero fino al 2018).

Non c’è nulla da fare, in un paese che ha fame di PIL come il nostro mirare a fare investimenti in formazione degni di questo nome è strategico come ridurre le tasse per chi investe.

Il PNNR è l’ultima chance per attirare investimenti di lungo periodo, ma dobbiamo iniziare a formare chi dovrà poi realizzare la digitalizzazione italiana.

Il mio appello è che le istituzioni facciano in fretta, ma sarà ascoltato?

Ai posteri l’ardua sentenza…

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